Mi manchi

3 Lug

Mi manchi

quando apro gli occhi e non ti sento.

Mi manchi

quando mi specchio e non ti vedo.

Mi manchi

quando cerco altrove e non ti trovo.

Mi manchi

quando ti parlo e non mi ascolti.

Mi manchi

quando ti vorrei abbracciare e ti allontani.

Mi manchi

quando ti vorrei trattenere e scappi.

Mi manchi

quando ti vorrei amare e ti rifiuti.

Mi manchi

perché sei me e io sono te, e separate siamo nessuno.

Punto. A capo.

30 Giu

Arrivano sempre quei momenti in cui ti svegli di soprassalto, ti guardi intorno e disorientato ti domandi: “Chi sono? Dove sono? Che cosa faccio? Come ci sono arrivato qui? Perché sono arrivato fin qui? Quando è successo?”

Che poi sono le domande fondamentali della comunicazione: le famose 5W+1H.

Bene, quel giorno è il giorno della rinascita.

Senti di nuovo quella forza vitale dentro di te che ti dà una scrollata, come se la dà il cane quando esce dall’acqua; e ti togli di dosso tutte quelle catene con cui ti sei legato fino a ora.

Ti rendi conto che hai permesso troppo agli altri e poco a te stesso.

Che hai assecondato le volontà altrui, soffocando le tue.

Oggi, però, è un giorno speciale; anche se, in verità, ogni giorno porta con sé qualcosa di speciale.

Che giorno è oggi?

È il giorno in cui continui a scrivere la storia della tua vita, chiudendo un capitolo.

Punto.

A capo.

Incontri assolati

27 Giu

Era un pomeriggio come tanti, ma di una settimana parecchio pesante emotivamente.

Alle 8.30 per ricaricarsi un po’ era andata a fare una corsa al parco: sole e sudore.

Aveva le caviglie e i talloni doloranti ma non capiva perché; non ricordava di aver fatto qualcosa di particolare.

Ha pensato tra sé e sé: “Veramente sto invecchiando anche io? Ma se sono ancora un bocciolo!”

Se la cantava e se la suonava. Almeno le tornò il sorriso.

L’attività fisica, si sa, fa sempre bene. Poi se corri, i pensieri cattivi li porta via il vento: scivolano tra i capelli e si sciolgono come nodi.

Casa. Doccia.

Nacchio! (Esclamazione solo per veri intenditori.)

Aveva invitato un collega per pranzo.

Che cosa gli farà mangiare?

C’è un caldo soffocante, ci vuole qualcosa di fresco e leggero.

Gamberi, melone, rucola, feta e riso. Ottimo. Una gustosa mistura di olio, limone e salsa di soia e… il pranzo è servito.

Pranzano. Lui macchina. Lei bici. Negozio.

Cavolo! C’è il corriere che deve scaricare.

Oggi tra corse e corrieri non si respira un attimo.

“Ciao, prendo le chiavi e arrivo subito.”

“Ok, tranquilla. Fai con calma.”

Apre il negozio, prende le chiavi e ritorna dal corriere.

“Eccomi, andiamo.”

Lui è preoccupato: “È un posto comodo per scaricare la merce?”

“Sì, c’è solo questo viottolo sterrato, ma è fattibile, dai!”

Lui montò sul furgoncino e tentò l’impossibile: entrare fino al garage.

Stava quasi per buttare giù il cancello e lei non riuscì a trattenersi dal gridare: “Stoooop! Mi sa che non ci passi. Non credo tu riuscirai a entrare col furgoncino.”

Poi pensò tra sé e sé: ‘I soliti uomini testardi e illogici.’

Non che lei ce l’avesse col genere maschile, ma diciamo che una loro dote naturale è quella di fare di testa loro, riflettere poco, collaborare poco e arrabattare molto.

Stranamente lui la ascoltò subito. Scese dal furgoncino e lei gli disse: “La volevi fare proprio grossa?! Saresti stato parecchio fortunato se ci fossi riuscito.”

“Beh, io ci ho provato. Sai com’è, tentar non nuoce.”

“Effettivamente… hai ragione.”

Poi iniziò a spiegarle che aveva avuto un piccolo incidente di percorso con un bancale. Il cellophane si era impigliato in una sporgenza del furgoncino e aveva dovuto romperlo tutto. Ovviamente, come poteva vedere, la merce l’aveva ben legata durante il trasporto. Ora, però, tirarla fuori dal furgoncino sarebbe stata un’impresa da equilibrizionisti, da giocolieri.

Nel frattempo lei lo scrutava: quel ragazzo alto, dalle spalle larghe, gli occhi luminosi e l’accento meridionale la faceva sorridere. C’era qualcosa in lui che la rasserenava.

Il sole picchiava duro.

Erano entrambi sudati.

Solo che lei, dopo poco, avrebbe dovuto accogliere clienti e lui si sarebbe andato a fare una lunga e rinfrescante doccia.

Immaginò la scena di lui che cercava in qualche modo di sorreggere una pila di condizionatori, mentre questi ruzzolavano a destra e manca.

Quindi fece un sospiro e gli disse: “Va beh, dai, ti aiuto. Passamene due.”

“Ah, bene. Allora non sei la donnina che sembri! C’è gente che va in palestra e poi prende l’ascensore.”

“Già! Almeno sfruttiamo questi muscoli che alleno in palestra!”

Così lei fece il primo viaggio… e il secondo… Lui arrivò con i primi due mentre lei ne aveva gà portati quattro su otto, al che gli disse: “Eh, scusa però, almeno ne avresti dovuti portare 4 in una volta. Questi muscoli a che servono?”

“Hai ragione, ma io è da stamattina che carico e scarico…”

“Immagino!”. Lo vedeva abbastanza stanco. Poi col caldo di quella giornata la stanchezza si raddoppiava.

Non si ricorda come finirono a parlare un po’ di loro. Quale fu l’aggancio? Boh!

Lei gli chiese: “Sei calabrese?”

“Sì.” rispose. “Si sente?”

“Noooo… l’ho vagamente intuito da qualche parola qua e là. Ma davvero è difficile capirlo.”

Si guardarono e risero.

“Anche tu sento che sei di Bergamo Alta come me!” disse lui.

“Esatto. Io sono un po’ più in basso di te.” gli rispose.

“Siciliana. Si sente.” le disse. “Da quanto tempo vivi qui?”

“Ehm… sono quasi otto anni.” mentre glielo diceva si rese conto che era davvero tanto tempo che abitava lì. Era passato senza rendersene conto. Nonostante le difficoltà, in quel posto si sentiva a casa. Sin da subito si era sentita accolta. Quella città le trasmetteva un senso di romanticismo e mistero e poesia che alimentava la sua vena da sognatrice.

“Io sono qui da circa quattro mesi. Sai dov’ero prima?”

“Scommetto che vivevi a Londra.” lei la sparò grossa. Pensava che lui avesse voglia di scherzare un po’.

“Cavolo! Che fa, mi conosci? Mi spii? Ero veramente a Londra. Sono venuto qui qualche mese fa per trovare mia sorella; poi pandemia, voli bloccati e sono rimasto qui.”

Incredibile, quell’incontro la stava sorprendendo minuto dopo minuto.

Percepiva come una forza misteriosa che li avvolgeva e le loro anime che comunicavano come se si conoscessero da sempre.

“Dai, non ci credo!” gli disse.

“E invece è proprio così. Poi mi annoiavo senza far niente e mio cognato mi ha proposto questo lavoro. Così eccomi qui.”

“Bene, dai. Sei stato fortunato a trovare subito lavoro.”

“Sì, anche se mi sa che non durerà ancora per molto.”

“Come mai? Torni a Londra?”

“No, non mi piace come si comportano i miei datori di lavoro. Se non cambiano modi, li saluto.”

“Ho capito.”

Nel frattempo tutta la merce era stipata in magazzino.

Fogli. Strappi. Tuo. Mio. Saluti.

“Allora ti trovo sempre qui?” le chiese.

“Sì, se avrai altro da consegnare ci sarò sempre io.”

“Numero di telefono? Perché ho chiamato quello in bolla ma non rispondeva nessuno. Poi sulla porta del negozio ho trovato quel cellulare…”

“Sì, perché io ci sono solo il pomeriggio. Al cellulare risponde sempre il mio collega, quindi per qualsiasi cosa puoi sempre chiamare lui.”

“Ho capito…” ma sembrava volesse aggiungere qualcosa, che però rimase sospesa nell’aria.

Si salutarono: “Alla prossima.”

Lei si diede una rinfrescata e si mise in postazione.

La mente viaggiava e ripercorreva gli istanti di quell’incontro.

L’immagine di quel ragazzo le si riproponeva alla memoria. Quell’accento marcatamente calabrese la faceva sorridere.

Mannaggia, potevo dirgli che il mio datore di lavoro sta cercando personale. Caspita, non ho neanche un recapito a cui rintracciarlo.

Si faceva molte domande su quel ragazzo: chi era? da dove arrivava? perché quelle strane sensazioni? come mai l’aveva colpita così tanto? le aveva inventato delle storie o le aveva raccontato la verità?

Ore 19. È ora di chiudere.

Casa. Cena. Ninna.

Driiiiiin!!!

Di sogni, di ricordi e altri perdimenti

25 Giu

La luce rallenta e si gonfia trapassando i veli d’organza, rotolando scomposta sul nudo della tua pelle.

Ne seguo l’ordito cercando di intuirne il genio, come quando confuso tenti comprensione di fronte al drago di carta ripiegata.

Origami.

Di carta e non.

Quante cose vorrei spiegarti, quante vorrei tu già sapessi, senza bisogno di parola.

Di quanti intrecci sovrapposti son fatte le nostre vite.

Ma tu dormi, cheta e placida, mentre io da lungi ti spero e rubo a delinquere ricordi di te.

Volgi il labbro appena imbronciato al mio sguardo e il tuo volto mostra nuove prospettive.

Come una corolla sbocci rivelando la trama sensuale del tuo corpo languido. 

Immagino il profumo di fresia selvatica che ti avvolge e si espande al tepore del meriggio.

Lei si gira e si rigira attorcigliandosi il lenzuolo tra le gambe: ultimamente le capita di fare incubi e dimenarsi nel letto per tutta la notte divisa tra  desideri e mancanze. Si sveglia di soprassalto tutta sudata. 

Il cinguettio degli uccelli che entra dalla finestra la esorta ad alzarsi.

Si incammina malferma verso una calda doccia profumata.   

L’acqua le scivola addosso togliendole l’umido di una lunga notte agitata e lavandole la mente da pensieri surreali. 

“Sono proprio io?” si domanda. Gli intrighi che le scorrono come immagini al rallentatore le sembrano frutto di qualcun altro. Si guarda allo specchio scrutando nel profondo dei propri occhi cercando conferme; o smentite. 

È avvolta in un sottile telo color del sole che le aderisce al corpo disegnandone ogni tratto.

Mentre è in camera da letto per vestirsi, per un attimo avverte come una presenza, qualcuno che la osserva. Si volta repentina verso la finestra in preda al dubbio di essere vista: nessuno. Che strana sensazione!

Chiude l’ultimo bottone della camicetta di seta bianca e indossa il suo braccialetto di cuoio preferito. Quasi lo accarezza prima di chiuderlo al polso.

Prende due bicchieri di acqua e li mette a bollire nella pentola. Nel frattempo ha riempito un bicchiere di cenere: la aggiungerà all’acqua bollente e aspetterà un paio di ore per filtrarla e ricavarne la liscivia.

La prepara abitualmente, come faceva sua nonna, e ogni volta il pensiero segue le tracce del loro vissuto. 

Si affaccia sul balcone per assorbire un po’ di energia solare: chiude gli occhi col volto rivolto al sole e sente la luce e il calore che la invadono. Pochi istanti, poi riapre gli occhi e fa il giro di ricognizione tra il suo giardino verticale: tulipani, roselline, aloe, asparagi, fragole; c’è un po’ di tutto. Improvvisamente si ricorda che doveva terminare quella ricerca sulla biodiversità, così corre al pc per collegarsi al portale “Prodromo della vegetazione italiana”. 

Ambrogio osserva la signora: è molto bella e sofisticata e sensuale e così maledettamente idiota.

Un tempo, le avrebbe suscitato pensieri voraci, ma da allora, fortunatamente era cresciuto ed era felice del rapporto con suo marito… anzi no: compagno, in quello sciocco paese retrogrado i matrimoni tra persone dello stesso sesso non erano riconosciuti.

Un popolo che pensa di normare i sentimenti è un popolo arido, morto, che si attacca a slogan senza mai fare lo sforzo di viverli.

Ma sì. Niente di nuovo sotto il vecchio sole che in questi paraggi scalda la testa ma non l’intelletto.

Prendiamo lei: così tronfia di insoddisfazione e ricordi di tempi andati, da non riuscire a guardare al presente, a ciò che le si offre, sempre alla ricerca di ciò che manca senza accogliere ciò che giunge.

Ambrogio inizia a spazzare l’inguacchio di terriccio lasciato dalle poche capacità giardiniere della signora; con la scopa, rigorosamente in saggina, come faceva la bis trisavola da parte di padre della padrona.

E che dire di quel pudico guardone? Innamorato perso che la osserva quasi ogni giorno, ma distoglie lo sguardo dalla sua nudità vera; le avrà mai visto un seno? Almeno per sbaglio?

Ambrogio non crede.

Due vite che scivolano come sabbia in una clessidra forata, lei persa nel passato, lui perso in un futuro che non ha il coraggio di afferrare.

Vorrebbe compatirli, provare un sentimento, ma la realtà è che gli sono indifferenti: non lo tangono.

Mentre si cambia, si chiede se sia colpa degli anni, delle esperienze o di chissà che altro.

Gli fa paura questa insensibilità, questo non provare; ha paura di diventare come tutti gli altri: una voce dietro uno slogan e nient’altro.

Poi giunge a casa, Roberto lo abbraccia; non lo fa sempre, ma nella giusta quantità perché non si crei mancanza né assuefazione.

E in quell’abbraccio capisce, o meglio ricorda, che non è aridità la sua, ma la semplice serenità di chi un posto nel mondo l’ha trovato: non puoi salvare chi non si vuole salvare; inutile piangere su di loro.

Questo è il frutto della collaborazione a quattro mani con l’amico blogger Do.

Senza parole

25 Giu
La migliore medicina

La doppia faccia

22 Giu

La notte resti sola con le tue fragilità e lotti con le tue debolezze.

Tutto si amplifica.

Ti trattieni.

Le trattieni; trattieni le lacrime che prepotenti scendono sul tuo viso.

La mancanza diventa una voragine che sembra risucchiarti.

La notte resti sola con i tuoi progetti e le tue speranze.

Tutto è possibile.

Lascia fluire.

Chiudi gli occhi e sogna.

Sogna tutto quello che vuoi e che realizzerai

Quando ti risveglierai.

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