STORIE DI VITA

Voglio dedicare questa pagina a chiunque abbia da raccontare la storia della propria vita.

Perché è bello condividere gioie e dolori.

Perché possono essere esempi di vita utili a tutti.

Perché il confronto serve per crescere e dal confronto nasce nuova vita.

Contattami per pubblicare la tua storia.

Get in touch! 😉

—————-> INTERVISTA a Pietro Nigro Famulari<—————-

Dina: Ciao Pietro, grazie per aver accolto la mia proposta e inaugurare questo spazio che
voglio dedicare ai racconti di vita di chi si mette sempre alla prova, non si arrende,
segue la propria visione.
Raccontaci brevemente le tappe più importanti della tua vita che ti hanno fatto capire
quale lavoro avresti voluto fare da grande.

Pietro: È un piacere per me condividere le mie esperienze, soprattutto se possono essere d’ispirazione per altri.
Il cinema non è sempre stato nei miei progetti… Fino al terzo anno di liceo non avevo affatto un’idea di precisa di quale professione mi sarebbe piaciuto
intraprendere. Tuttavia proprio in quel periodo ho sviluppato una grande passione
per il cinema e visto che fin da piccolo mi sono sempre divertito e cimentato a creare
storie ho pensato che la carriera dello sceneggiatore fosse la più adatta a me. Ho
cominciato a scrivere qualche storia, che a leggerle ora mi fanno rabbrividire, e ho
anche provato a girare qualche filmato con amici. Finito il liceo mi sono quindi iscritto
alla Sapienza, presso l’unica facoltà che si avvicinasse al tipo di studi che mi
interessava, visto che non esistono scuole di sceneggiatura in Italia.
Proprio in quegli anni mi sono reso conto di come avessi un’idea precisa nella mia
testa di come le mie storie dovevano presentarsi in immagini e suoni. Lentamente
sono passato dalla sceneggiatura alla regia e poiché La Sapienza non mi aveva dato
alcuna impostazione pratica ho cominciato a guardare all’estero. Dopo la triennale
ho fatto alcune domande e sono stato ammesso alla Boston University dove ho
completato di recente il mio Master of Fine Arts, in Film Production. Un programma
davvero interessante, vicino al cinema indipendente, e che mi ha fatto imparare su
pellicola, un mezzo che altrimenti sconoscerei. È stata la tappa finale che mi ha
convinto che questa passione e’ la strada giusta: io voglio essere un regista.

D: Hai ottenuto dei riconoscimenti pubblici internazionali per i tuoi lavori. Ricordiamo
il più recente: II posto al Redstone Film Festival 2011 Boston. Grande orgoglio e
soddisfazione! Hai incontrato difficoltà lungo il cammino che ti ha portato a loro? Di
che tipo?

P: Una grande soddisfazione è vero, a cui è seguito un altro secondo posto al
Redstone West, l’edizione di Los Angeles. Ne sono felice perché è anche un
riconoscimento per tutte le persone che mi hanno aiutato e dato supporto. Ce lo
hanno insegnato qui, il cinema è un’arte collaborativa, non puoi fare un film da solo.
Molti hanno insistito affinché girassi “Figlio del Mare” (in America “Your Way Home”)
in Sicilia, una scelta di cui vado fiero, ma che sapevo avrebbe comportato non pochi
problemi. Tutti i miei amici erano fuori città, nessun “professionista” sembrava
interessato a darci una mano, la Kodak Italia ci ha mandato la pellicola sbagliata 3
giorni prima dell’inizio delle riprese, la nostra location è stata destinata alla
costruzione di un villaggio turistico proprio quell’Estate, abbiamo pure avuto un
incendio a fine riprese. Tutto questo per fortuna bilanciato dall’aiuto che abbiamo
ricevuto: mia madre ha organizzato per me i provini mentre ero ancora a Boston, le
scuole sono state davvero disponibili, le famiglie hanno presto vinto la diffidenza
iniziale, mio padre ha aiutato con i trasporti, la casa famiglia Isola Felice ci ha offerto
di girare il film in casa loro! Davvero tanta gentilezza e disponibilità, alla fine
eravamo come una grande famiglia. Ho cercato un supporto economico da parte di
molte istituzioni locali, ma neanche una risposta, e del resto ero preparato a questa
evenienza. La più grande fortuna pero’ e’ stata trovare Mirko Di Mauro, il protagonista del film. Un talento naturale, senza di lui non avrei potuto realizzare un
prodotto così buono.

D: L’America per formarsi e tornare in Italia o per restarci?

P: L’America per formarsi senz’altro. Tornare o restarci penso sia un caso
soggettivo. Per me e’ pesante vivere lontano dai miei affetti e dalla terra dove sono
nato e cresciuto. Inoltre vorrei mettere la mia conoscenza al servizio dei miei
connazionali. Sto cercando di fare ancora esperienza e affermarmi un pochino prima
di tornare a casa e tentare di costruire qualcosa di buono. Il mio sogno e’ creare un
piccolo studio cinematografico in Sicilia. Eppure oggettivamente l’America è’ il posto
migliore per perseguire questo tipo di carriera. Ci sono molte più possibilità, più
strumenti, e con amarezza devo dire che anche la mentalità è migliore della nostra.

D: Che cosa pensi di chi resta? Si realizza solo chi parte?

P: Si realizza solo chi parte, o chi può sfruttare i mezzi di chi è già realizzato. Per
intenderci, in Italia contano molto le conoscenze che hai. Non necessariamente
raccomandazioni, ma persone che ti prendano sotto la propria ala protettiva, creino
per te un ponte dentro un mondo altrimenti precluso. Molti giovani cineasti hanno
grande passione e buona volontà, che sono doti fondamentali. Ma inevitabilmente i
loro lavori sono limitati dalle conoscenze che hanno, sono spesso lavori di
imitazione, e purtroppo piuttosto “televisivi”. Qui (negli Stati Uniti) ci si aiuta tanto,
sono tutti sempre disposti a condividere, consapevoli che quel che dai ti ritornerà,
una mentalità del tutto sconosciuto da noi. Vorrei invece essere uno di quei pochi
che torna e si mette a disposizione degli altri. C’è anche da dire che in America il
cortometraggio è una forma d’arte riconosciuta ed apprezzata. Perché in Italia non
è così? Perché i cortometraggi non hanno alcun ritorno economico. In breve, se
cambiasse la mentalità, allora potrebbe realizzarsi anche chi resta. Intanto invito chi
non può partire ad esplorare comunque le realtà internazionali, Internet è vostro amico!

D: Hai scelto la Sicilia per le tue riprese. Hai nostalgia della Sicilia? Vorresti tornarci? In
genere, si dice, che i siciliani siano molto attaccati alle loro radici.

P: Ho davvero un gran desiderio di tornare, sono proprio uno di quei siciliani
nostalgici! Ma al tempo stesso mi rendo conto che al momento il mio posto è
oltreoceano. Mi fa rabbia perché la mancanza di strumenti e opportunità mi
costringe a stare lontano da casa per seguire la mia passione. Ho trovato una
consolazione nel pensare alla mia professione non solo come il fine, ma uno
strumento. Può darsi che questa mia lotta possa essere finalizzata a cambiare le
cose. Intanto ho avuto la possibilità di mostrare la mia Sicilia in America, e di questo sono felice ed orgoglioso.

D: Puoi raccontarci di che cosa parla il tuo cortometraggio?

P: È la storia di un bambino di casa famiglia, una giornata cruciale della sua vita
in cui forse qualcosa cambia per sempre. Avevo scelto l’adozione come tema, ma mi
sono reso conto che è un tema troppo vasto per poterlo affrontare pienamente.
Quindi mi sono concentrato su un personaggio, e su un aspetto specifico, per me
molto affascinante. Molti bambini vengono considerati troppo “grandi” per essere
adottati già all’età di 7 o 8 anni. Questo perché la maggior parte delle coppie e delle
famiglie adottive hanno paura di ciò a cui vanno incontro. Invece questi bambini
hanno tanto da dare e meritano di avere una possibilità. Il film nasce per dare una voce a questi bambini.

D: È importante il luogo o ciò che si fa in qualsiasi luogo?

P: Il luogo non è fondamentale se sai portarti il TUO luogo dentro. Io posso vivere
in America, ma ho sempre la Sicilia dentro, in ogni cosa che faccio. È anche
importante sapersi adattare, accogliere le altre culture e le altre mentalità, c’è
sempre qualcosa da imparare dagli altri.

D: I genitori quale ruolo hanno in questo tuo percorso?

P: I miei genitori erano forse un po’ scettici all’inizio, ma dopo ho potuto contare al
100% sul loro supporto. Non avrei potuto realizzare tutto questo senza di loro
altrimenti. I recenti successi per fortuna sono una conferma sia per me che per loro
che sono sulla buona strada, ma so che mi avrebbero sostenuto in ogni caso. È una
carriera difficile che spaventa molti, quindi mi reputo davvero fortunato ad avere
l’approvazione dei miei genitori. Inoltre sono stati coinvolti a pieno titolo nella
produzione del cortometraggio!

D: È importante avere chi ti aiuta sia moralmente sia economicamente per raggiungere
certi obiettivi e livelli?

P: È fondamentale. Il sostegno economico conta per ovvi motivi, soprattutto se
vuoi andare all’estero. Puoi sempre lavorare e finanziarti da solo, ma impegnerai
molto più tempo ed energia. Negli Stati Uniti non potresti farlo affatto in quanto il
visto internazionale permette di studiare o di lavorare, delle due una. Eppure penso
sia ancora più importante il sostegno morale. Non solo i miei genitori, ho avuto la
fortuna di ricevere il supporto di altre persone, tra professori, colleghi e collaboratori.
Avere qualcuno che crede nelle tue capacità ti aiuta in quei momenti in cui sei
pronto a mettere tutto in discussione, a voltarti e fare marcia indietro. Quei momenti
non mancano e bisogna saperli affrontare.

D: Fortuna. Destino. Determinazione. Impegno. Sacrifici. Che cosa ne pensi?

P: Fortuna, è importante, ma spesso si tratta di saper creare le tue opportunità,
allora la fortuna viene da sé. Destino, un po’ ci credo, quando mi accorgo di quante
circostanze si voltino a mio favore soprattutto nelle situazioni critiche, ma collegata
al destino c’è tanta positività, non arrendersi mai. Impegno, è la prima selezione.
Solo chi si impegna veramente, con convinzione, può sperare di spuntarla in questa
realtà. Non ho mai visto nessuno combinare nulla di buono con pigrizia e
superficialità. Sacrifici, non si possono evitare, ma si può cambiare il modo in cui li
vivi. Se ci credi veramente in quel che fai allora sei disposto ad accettare dei
sacrifici. Non ti lamenti, li affronti invece, guardi avanti, al risultato finale, alla
ricompensa che viene da questi sacrifici. Ovviamente bisogna imparare a capire
quando il gioco vale la candela.

D: Che cosa vuoi dire a chi ci sta leggendo?

P: Vorrei lasciare un messaggio positivo. È vero, le difficoltà ci sono, ma
arrendersi è l’unico modo sicuro di non realizzare qualcosa. Credeteci, invece. Se andrà
male potrete voltare pagina, ma avrete di sicuro imparato qualcosa e, soprattutto, non
avrete rimpianti. Il successo non è sinonimo di talento, specialmente in Italia.
Cominciate dalle realtà che avete intorno, trovate la vostra voce e il modo più
appropriato di esprimervi e farvi ascoltare. Abbiate anche un piano, però; non vi
aspettate regali che cadano dal cielo! Soprattutto, apritevi alle opinioni degli altri,
l’orgoglio e l’arroganza sono i vostri più grandi nemici. Spero un giorno potrete
rivolgermi anche a me, fino ad allora forza e coraggio!

Grazie, Pietro. In bocca al lupo, good luck! Ti aspettiamo nei grandi schermi. 🙂

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