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Gratitudine

2 Gen

Una persona mi chiese, tempo fa, che cosa mi fossi regalata per Natale.

Beh, dopo una risposta scherzosa, gli dissi che mi sono regalata il “Diario della gratitudine”.

In verità questo diario l’ho comprato tantissimi anni fa, ma finora l’ho tenuto illibato nella libreria.

L’ho comprato quando ho iniziato ad approcciarmi alla pratica della gratitudine.

Però in quel momento non mi sono sentita pronta per usarlo, per intingere le sue pagine con la mia capacità di essere grata.

E così è stato per tanti anni, fino a oggi.

Questo perché la pratica della gratitudine è un esercizio che va seminato e coltivato.

Infatti il fatto che finora non abbia usato il diario, non vuol dire che non abbia praticato la gratitudine.

Semplicemente l’ho dovuta assimilare, metabolizzare, far germogliare dentro di me. E accorgermi di quanto bene mi facesse; degli effetti positivi che portasse dentro (e fuori) di me.

Quella stessa persona oggi mi ha detto che non è serena per poterla praticare; che è in quel punto della vita in cui non gli basta avere la salute e quattro arti per essere grata.

Capisco benissimo la sua risposta perché è la stessa che avrei dato io prima di conoscere e approfondire questa meravigliosa abitudine.

Gli ho spiegato che è proprio il contrario: la gratitudine si pratica per imparare a stare bene.

Serve per imparare ad andare oltre la superficie della vita, degli accadimenti e stimolare il pensiero positivo.

Grazie alla pratica della gratitudine si iniziano a cogliere quei dettagli che prima sarebbero passati inosservati e che mostrano quanto basti poco per gioire e ringraziare.

Serve per sostituire l’abitudine a lamentarsi con l’abitudine ad apprezzare.

È un cambiamento radicale, quindi necessita di tempo.

Inoltre è una lotta personale col proprio cervello che cerca – spesso – di sabotare i nostri tentativi di crescita perché comportano dei cambiamenti che richiedono un notevole investimento di energie; e lui – il nostro cervello – per una sorta di risparmio energetico oppone resistenza. Quindi inizialmente sembra molto difficile, quasi impossibile poter abbracciare questa nuova visione, questo nuovo approccio.

È tutta questione di volontà: se stiamo davvero male e vogliamo ribaltare la situazione, possiamo farcela.

A piccoli passi, giorno dopo giorno, ingoiamo pillole di gratitudine per la nostra salute psico-fisica.

Sommovimenti

25 Nov

Lacrime

Sulla punta degli occhi

Rigano lente

Guance affusolate

Pensieri

Come aghi nella mente

Pungono imo

Fino al cuore.

Panta rei

26 Lug

Ho affidato all’acqua

Le mie domande

Perché possa portarmi

Le giuste risposte.

Ho affidato all’acqua

Le mie lacrime

Perché possa trasformarle

In un mare calmo.

Ho affidato all’acqua

I miei dubbi

Perché possa evaporarli

Come rugiada al mattino.

Ho affidato all’acqua

I miei desideri

Perché possa custodirli

Come una conchiglia la sua perla.

“La cultura cura”

10 Giu
“Se spesso la psicologia sottolinea le cause famigliari dell’angoscia, la componente culturale ha altrettanto peso, perché la cultura è la famiglia della famiglia. (…) La cultura cura. Se è vero, le famiglie imparano a curarsi; lotteranno meno, ripareranno di più, feriranno meno, ameranno di più.” (“Donne che corrono coi lupi” – Clarissa Pinkola Estés)
Mi allaccio a ciò che ho letto nel libro su citato per parlare un po’ della cultura; di questa famiglia, come la definisce l’autrice, che oggi sembra non riuscire ad accudire correttamente i suoi innumerevoli figli, o, dovrei dir meglio, sembra non riuscire a educarli nel modo migliore. O sono i figli che l’hanno abbandonata e non seguono più i suoi insegnamenti? Mi pongo, e vi pongo, questa domanda.
Innanzitutto, io credo di rintracciare proprio nello sgretolamento di questa famiglia le fragili fondamenta della società moderna, la perdita dei sani principi, l’eccessiva debolezza umana di fronte ai problemi e alle tentazioni, l’esasperazione della materialità contro la spiritualità, la spettacolarizzazione della (finta) politica, la prevaricazione del peggio sul meglio.
Sicuramente è più facile abbandonarsi al dilettevole ma senz’altro non è più costruttivo.
La cultura richiede impegno, dedizione, sacrifici, un po’ di rigore morale. Forse sono questi gli aspetti che l’hanno resa un po’ ostica ai suoi destinatari, allettati dalla comodità della vita superficiale.
Magari questa grande e importante famiglia dovrebbe provare a rivedere il suo modo di educare per adeguarlo ai figli attuali: in comunicazione si dice, genericamente, che se il destinatario non ha compreso bene il messaggio inviato, il mittente deve riformularlo per adattarlo al linguaggio e al canale prediletti dal ricevente. Se la cultura riuscisse in questa impresa, credo che pian pianino la condizione attuale della società potrebbe migliorare: evolvere anziché involvere!
Si, perché, come dice Ligabue, “la cultura ti alza la voce“!
Purtroppo le statistiche contano sempre più analfabeti o illetterati nel nostro paese, tanto che si parla di “analfabetismo di ritorno”. E’ ovvio che in un tale contesto, chi sta al potere fa quel che vuole impunemente e probabilmente gli fa pure comodo che la situazione resti immutata. E dilagano la mafia, la droga, la prostituzione, la corruzione, il gioco d’azzardo, gli omicidi e i suicidi, le violenze, l’illegalità, le ingiustizie…
Un antico detto recita: “Bisogna morire con gli occhi aperti”. Giustissimo! Bisogna essere sempre vigili in questa vita; ogni disattenzione si paga cara. Non dobbiamo rimanere inermi; dobbiamo agire e reagire con senno e sapienza. Affinché questo accada, occorre che ognuno di noi acquisisca consapevolezza. La consapevolezza si può acquisire tramite la cultura, la conoscenza, il sapere. Virtuosa_mente possiamo liberarci dall’ignoranza e da chi fa perno su questa.
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