Archivio | 11:29

Alla finestra

4 Gen

A volte vi guardo

Come affacciata a una finestra

E vi ammiro

Ammiro la vostra fantasia

La vostra semplicità

Vorrei ridere di gusto

Come fate voi

Per poco

O tanto?

Poi mi lascio contagiare

Mi unisco a voi

E l’effetto è immediato

Cuore leggero

Occhi luminosi

Sorriso sulle labbra

Grazie!

Vorrei restare così

Per sempre.

La voragine

4 Gen

“Tu lo senti questo vuoto?” gli avrebbe voluto chiedere.

“Più che un vuoto, è una vera e propria voragine. Proprio qui, tra il cuore e la pancia.” Dorotea strinse i pugni e li spinse all’altezza dello sterno, come se si stesse conficcando un pugnale.

“Tu? Tu la senti, la voragine?”, sentiva forte il bisogno di chiederglielo.

Però, non lo fece.

Dorotea ha sempre odiato gli addii.

Lei vorrebbe restare amica con tutti perché pensa che ogni persona che incrocia nella propria vita sia speciale e importante.

Purtroppo non dipende solo da lei; gli altri preferiscono chiudere, allontanarsi.

E dentro di lei si aprono dei vortici.

Chi era quella persona incrociata per puro caso?

Ah, gli incroci!

Quanti ne attraversiamo durante tutta la vita?

Cammini, cammini e… ferma, incrocio.

“E ora dove vado? Possibile che le istruzioni quando servono non ci siano mai!”

Dorotea tira fuori i dadi dalla tasca e si dice: “Se esce dispari vado a destra; se esce pari vado a sinistra.” E per andare dritto ogni volta sceglie un numero diverso.

Quella volta non ebbe bisogno dei dadi: aveva scelto quella persona.

Non sapeva perché, ma sentiva che doveva conoscerla.

Così si adoperò per contattarlo.

Lui, da parte sua, sembrava quasi che la stesse aspettando.

Non si fece pregare, accettò subito la proposta di Dorotea: “Ti andrebbe di sentirci un po’ per staccare dalla quotidianità? Per creare un angolo di paradiso in cui dimenticarci dei problemi e delle difficoltà che ci accadono o che dobbiamo affrontare?”

“Perché no! Mi farebbe piacere, sembra un’ottima idea.”

Iniziarono a sentirsi.

E le comunicazioni diventarono sempre più intense e frequenti.

Riuscirono davvero a creare un angolo di paradiso.

Si diedero dei soprannomi; giocarono in diversi modi; si coccolarono; si alleggerirono; si scambiarono dei regali, guardarono assieme dei film…

Un mese; eppure sembrava un anno.

Entrambi riuscivano a sentire una forte empatia e sintonia.

Viaggiavano sulla stessa frequenza.

Tutto scorreva naturalmente, tra tante risate, stupidaggini, confronti, racconti, condivisioni, giochi.

“Allora? Il tuo poeta che dice?”

Era andata a fare una passeggiata con la sua amica Camilla, durante la quale si sfogavano, si confrontavano e si divertivano raccontandosi tutte le marachelle, da perfette adolescenti, che combinavano.

“Tutto bene. Ci sentiamo spesso e ci alleggeriamo le giornate. Sono contenta di averlo contattato.”

“Certo che tu sei proprio folle! Come ti è passato per la testa? Io sono più all’antica, non farei mai una cosa del genere.”

“Dai, Camilla, qualche colpo di testa ogni tanto ci vuole. Per dare una manciata di brio alla vita. Altrimenti sai che noia! Ho Ho. Ha Ha Ha. Molto bene, molto bene. Yeah!” Dorotea recitò il mantra dello yoga della risata.

Si guardarono negli occhi e sbuffarono a ridere.

“Tu sei tutta matta! Per questo mi diverto con te.”

Dorotea le fece una linguaccia smorfiosa.

Nel frattempo avevano finito la loro passeggiata e si salutarono.

Quel giorno, però, qualcosa dovette andare storta: l’angolo di paradiso venne avvolto da una coltre di nebbia.

Dorotea si interrogava ma non trovava risposte plausibili.

Spulciava in ogni angolo della sua mente per capire.

Lo invitò a cena, per cercare di fugare ogni dubbio.

Durante la serata lei gli fece delle battute per farlo parlare, ma lui sorvolava.

Tuttavia Dorotea non riusciva a far finta di niente e andò dritta al centro del bersaglio: “Hai paura?”

Lui fu preso alla sprovvista: “Paura? In che senso? Di cosa? È una domanda troppo generica. Potrei aver paura di una cimice e avere voglia di giocare con un coccodrillo.”

“Certo! Io ho paura di cadere e non rialzarmi. Tu di cosa hai paura?”

“Dorotea, hai detto poco! Ti potrei rispondere ‘Anch’io!’, ma sarebbe troppo semplice. E sono sicuro che non ti accontenteresti.”

“Esatto. Quindi rispondimi.”

“Ho paura di sbagliare. Ho paura di cambiare. Ho paura di innamorarmi. Ti bastano queste paure?”

“Non devono bastarmi. Si tratta di riconoscere le nostre paure e affrontarle; e ribaltarle.”

“Tu sei una che scava, eh?”

“Sono una che si interroga e analizza. Mi piace scandagliare ciò che mi accade e che provo. Ho paura di non dare il buon esempio. Ho paura di mettermi in secondo piano. Ho paura…”

Dorotea stava continuando quando Hans la interruppe: “Ok, è assodato e appurato che abbiamo ‘paura di e per’ qualcosa e/o qualcuno. Ora, però, ti faccio io una domanda: Affronti le tue paure?”

È sempre più facile fare domande che dare risposte, infatti Dorotea fu presa in contropiede e rimase in riflessione per un po’.

“Certo che le affronto. Quotidianamente. Anche perché loro mi obbligano: o impari a nuotare o anneghi.”

“Sei fastidiosa. Le tue risposte mi fanno venire l’orticaria perché sembra che sia tutto facile e semplice. Non è così. La vita è dura e difficile. Per quanto io mi possa impegnare, mi ripaga sempre con un bel muro in faccia. Sono stanco.”

Hans le riversò tutte le sue frustrazioni, lamentele, insoddisfazioni.

Dorotea si sentì infastidita dalla risposta di Hans – “Io la faccio facile? La vita è dura? Vieni a raccontarlo a me? Farei una gara fra me e te; tu mi racconti le tue disgrazie e io ti racconto le mie e poi vediamo chi affronta più difficoltà. Vediamo chi dovrebbe lamentarsi fra i due.” – avrebbe proprio voluto dirglielo, ma si trattenne.

Pensò che, spesso, chi si trova in quello stadio è sordo a qualsiasi esortazione; allora fece l’unica cosa che ritenne sensata in quel momento: lo abbracciò.

Rimasero abbracciati per una manciata di secondi che sembrarono eterni; poi si scostarono piano piano, si guardarono negli occhi e, silenziosamente, si baciarono.

Un bacio delicato, sospirato, assaporato: lento lentolento lentissimamentelento.

Dopo i loro nasi si strofinarono e quello di Dorotea proseguì lungo il collo di Hans.

Desiderava ardentemente respirarlo; odorare la sua pelle in profondità come a volergli risucchiare l’anima.

Nel frattempo le loro mani avevano iniziato a scoprire il corpo l’uno dell’altra, gentilmente, quasi timidamente, ma con quella intensità di chi non vede l’ora di andare oltre.

E così fu.

Entrambi provarono delle emozioni fortissime; sembrava che qualsiasi cosa facessero, la stessero facendo per la prima volta.

Si muovevano con una complicità indescrivibile; fluivano come onde dello stesso mare.

Tutto ha un inizio e una fine.

La serata finì.

Dorotea era talmente estasiata per quello che aveva vissuto e provato che pensava di essere riuscita a spazzare via le nuvole.

Invece dopo quella sera Hans scomparve.

E ciò che le lasciò fu solo un’enorme voragine.

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